In viaggio con papà

Ho incontrato mio padre. Mio padre è morto che non aveva ancora settant’anni, nel 2006. Ieri però era giovane. Io un bambino delle elementari. Dal finestrino dell’autobus una città sconosciuta, strade bianche e nude come in un film neorealista. Il tragitto è durato a lungo e quando siamo scesi dall’autobus mio padre mi ha portato su una spiaggia grigia, davanti a un mare pallido, a camminare. Non c’erano suoni, non si sentiva nemmeno la voce di mio padre. Con la mano lui indicava la sabbia, le onde, l’orizzonte. Sorrideva e faceva segno di sì con la testa, piano, dolcemente. Poi ci siamo fatti strada tra una distesa di rifiuti che è apparsa all’improvviso. Elettrodomestici, carcasse di automobili, lamiere, plastica. Siamo saliti su una collinetta, facendoci largo tra manichini e orologi, tanti orologi, soprattutto a pendolo, che emergevano tra i cumuli di immondizia. A quel punto è tornato il sonoro. Ho sentito i versi striduli dei gabbiani sopra la mia testa e la voce di mio padre. Sulla sommità della collinetta, guardando con orgoglio il panorama di relitti, mio padre mi diceva: un giorno tutto questo sarà tuo.

LittlePaulMuzik

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SuperAutoEgoReferenziale

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Le cose dell’amore

“L’amore non è possesso, perchè il possesso non tende al bene dell’altro, né alla lealtà verso l’altro, ma solo al mantenimento della relazione che, lungi dal garantire la felicità, che è sempre nella ricerca e nella conoscenza di sé, la sacrificano in cambio della sicurezza. Siamo in due, non sappiamo più chi siamo, ma siamo insieme ad affrontare il mondo. Due esistenze negate, ma tutelate.” E ancora: “Amore è un gioco di forze dove si decide a quale dio offrire la propria vita: al dio della felicità che sempre accompagna la realizzazione di sé, o al dio della sicurezza che molto spesso si affianca alla negazione di sé”. Belin, che meraviglia. Ah, da Le cose dell’amore, Umberto Galimberti, ed. Feltrinelli.

Alle prese con una verde milonguera .Fine

Oh, devo dire che mi sono abbastanza rotto le palle con il tango, ne riparleremo a settembre, magari poi continuo, ma adesso mi sono proprio rotto le palle, che poi la milonguera l’ho vista solo una volta, bellissima, con i capelli lunghi, neri, vestita con un abitino verde, incantevole, mi è precipitata la mascella come un coglione, mi ha anche rivolto la parola, la graziosa, e io chissà cosa mi credevo, che difatti poi non l’ho più vista, e alla fine è molto meglio il geghe-gé.

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